E' dal trecento che la piazza della Signoria ha continuato a svolgere la funzione di luogo di incontro dei cittadini di Firenze in ogni occasione della vita politica.

Circa vent’anni fa, scavi archeologici portarono alla luce numerosi reperti, che risalgono all’epoca medievale, romana, etrusca ed addirittura all’età del bronzo.

Nella forma attuale, la piazza è dominata soprattutto dal Palazzo Vecchio e dalla Loggia dei Lanzi. Un particolare carattere viene dato alla piazza dalle sculture che nel corso dei secoli hanno trovato qui ospitalità e che oggi formano una sorta di museo all’aperto.

Capolavori dell’arte plastica europea furono esposti nel corso dei secoli in questa piazza. Anche se per motivi di conservazione delle opere, molte sculture sono state raccolte in spazi interni, le loro copie davanti a Palazzo Vecchio testimoniano ancora della grande qualità e dell’effetto che riesce a dare questo insieme scultoreo così particolare.

MONUMENTO EQUESTRE DI COSIMO I

(realizzato dal Giambologna 1954-98 statua in bronzo,
altezza 450 cm senza il basamento)

Ferdinando de’ Medici fece erigere nel 1594 il monumento equestre a memoria di suo padre Cosimo I sulla piazza della Signoria.

Obbedendo ai desideri dei committenti, il Giambologna riuscì a visualizzare espressivamente lo sguardo ampio e intelligente e la dignità del potente principe, rafforzando così le ambizioni dinastiche della Signoria. Cosimo sta sul cavallo che incede in avanti, insignito del bastone di comando come tributo del potere.

I rilievi dello zoccolo ricordano significativi episodi della storia della famiglia; fra questi per esempio la raffigurazione del conferimento a Cosimo del Granducato, la sua incoronazione avvenuta dalle mani di Pio V e la marcia trionfale su Siena sconfitta.

FONTANA DEL NETTUNO

(realizzata da Bartolomeo Ammannati 1563-75
fontana in marmo e bronzo altezza 560 cm)

Le nozze di Francesco de’ Medici con Giovanna d’Austria fornirono l’occasione nel 1565 per erigere la più grande fontana della città.

La figura di Nettuno, realizzata in candido marmo di Carrara e che riprende i tratti di Cosimo I de’ Medici, era un'allusione al dominio marittimo di Firenze; essa si erge su un piedistallo decorato con le statue di Scilla e Cariddi al centro della vasca ottagonale.


il Satiro rubato
nel carnevale 1830

Benché la statua non fosse particolarmente apprezzata (si racconta di come i fiorentini accorsi all'inaugurazione notturna della statua, allo scoprire dell'opera notassero più il candore della statua che la sua bellezza, da cui il nome di "Biancone" e coniarono il motto: "Ammannato, Ammannato, che bel marmo hai rovinato!". I lavori proseguirono nei dieci anni successivi con l'aiuto dei migliori scultori della città, per il bordo della vasca. Ai piedi del Nettuno stanno tre tritoni intenti a suonare delle tibie che zampillano acqua.

La vasca è ottagonale e contiene i quattro cavalli del cocchio di Nettuno (due in marmo bianco e due in mischio rosato), le cui ruote sono ruote celesti coi segni zodiacali, simboleggianti il trascorrere del tempo.

Agli angoli della vasca sono presenti i gruppi di divinità marine (Teti, Doride, Oceano e Nereo), ciascuna delle quali ha ai piedi un corteo di ninfe, satiri e fauni in bronzo realizzati da Giambologna, capolavori delle sofisticate elaborazioni del manierismo fiorentino. Una delle statue presso l'angolo del palazzo fu rifatta nel 1831 a Milano da Francesco Pozzi, dopo il clamoroso furto del carnevale dell'anno precedente.

STATUE

Proprio davanti al Palazzo, sul cosiddetto "arengario" si trovano le sculture più antiche, che un tempo si trovavano più avanti verso la piazza: sono il "Marzocco" e la "Giuditta e Oloferne" (1455-60 circa), entrambe opera di Donatello, sostituite da copie per la loro preziosità (il "Marzocco" è conservato al Bargello, la "Giuditta e Oloferne" dentro Palazzo Vecchio).

Il Marzocco in pietra serena è un leone possente che poggia una zampa sull'emblema con il giglio fiorentino, ed è ormai diventato un simbolo della città.

La Giuditta e Oloferne, in bronzo, è un simbolo dell'autonomia politica della Repubblica Fiorentina. Fu infatti saccheggiata dal Palazzo Medici dopo la prima cacciata dei Medici (1495) dove ornava una fontana del giardino e simboleggia quindi la vittoria del popolo contro i tiranni. Al ritorno dei Medici, sebbene gran parte del loro patrimonio artistico fu riacquistato e riunito di nuovo nelle collezione della casata, la Giuditta rimase in Piazza per non offendere la sensibilità del popolo.

Un secondo capitolo di questa contesa tra Medici e repubblica è rappresentato dal David di Michelangelo, oggi sostituito da una copia messa nella collocazione originaria della famosa scultura. Michelangelo la realizzò attorno al 1500, quando infuriava la stagione savonaroliana, e il suo significato è quello ancora del popolo (simboleggiato da David) che, con l'aiuto di Dio, sconfigge il tiranno (Golia). La grandezza della scultura di Michelangelo è ancora più notevole se confrontata con le opere di Donatello, e questo "gigantismo" diede il "la" a tutte le altre statue che furono in seguito collocate in piazza.

L'Ercole e Caco di Baccio Bandinelli (1533) si trova accanto al David e rappresenta la vittoria con la forza e l'astuzia contro i malvagi, in una simbologia tratta dalle Dodici fatiche. L'opera è posta su un bel basamento con dei busti di fauno scolpiti a bassorilievo e reca, in latino, la firma dell'autore. Il tema allegorico è quello della forza e dell'ingegno di Ercole che sconfiggono la malvagità di Caco, episodio narrato da Virgilio e altri poeti nella saga delle Dodici fatiche di Ercole.

La scultura doveva essere in un primo momento realizzata da Michelangelo, ma per i suoi continui impegni fu invece affidata a Baccio Bandinelli, il quale tentò di emulare lo stile poderoso del David senza però riuscirci, e guadagnandosi molte aspre critiche ed una brutta fama (di invidioso) giunta fino ai giorni nostri.

Ai lati dell'ingresso principale di Palazzo Vecchio troviamo i due Termini marmorei, quello maschile di Vincenzo de' Rossi e quello femminile di Baccio Bandinelli che riprendono una tipologia della statuaria classica. Raffigurano Filemone e sua moglie Bauci, che secondo la leggenda furono trasformati da Giove lui in quercia e lei in tiglio, per questo esemplari del reciproco amore. Originariamente sostenevano una catena che veniva posta a sbarramento dell'ingresso.